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Le vittime delle vittime
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Considerazioni
I drammi che si consumano nel silenzio delle mura domestiche
vengono spesso alla luce quando è già troppo tardi. L’ambiente che dovrebbe
rassicurare pace ed accoglienza diventa frequentemente il territorio dei drammi
più grandi che si consumano fra le persone unite dal giuramento matrimoniale e
dai legami di sangue. La violenza in famiglia è spesso taciuta quindi è
difficile conoscere la sua estensione effettiva. Le vittime raramente denunciano le violenze psichiche e
fisiche, poiché si trovano vincolate da tradizioni, paura, vergogna, sensazione
di impotenza ma anche da legami affettivi con il tormentatore.
Tuttavia le vittime delle violenze subiscono paura, sofferenza,
impotenza, ansia e disperazione. Il loro corpo e la psiche soffrono e sono
sottoposti ai processi dello stress e della continua sensazione del pericolo.
Generalmente parlando, sia violenza psichica, sia la violenza
fisica sono i crimini e come tali violano i codici della legge.
Secondo la definizione accolta dal Consiglio d’Europa nel 1986,
per la violenza si considera „qualsiasi atto o la trascurazione da parte di
uno o di più membri della famiglia, che mettono in pericolo la vita,
l’integralità psichica o fisica o la libertà di un membro della famiglia, o
gravemente danneggiano lo sviluppo della sua personalità.”
Il fenomeno della violenza in famiglia è sempre attuale ed assume
forme diverse in relazione ai membri, alle dinamiche familiari, allo status
sociale, alle tradizioni. Per questo motivo la lotta contro i crimini in famiglia non può
e non deve essere analizzata soltanto nell’aspetto del solo atto criminoso e perciò non può e non deve essere affidata soltanto alle forze
dell’ordine.
Fermare i criminali della violenza in famiglia e l’aiuto alle
vittime quindi, non si può limitare alla sola soluzione del problema arrestando
il colpevole. Il fenomeno della violenza in famiglia è un fenomeno sociale ad
ampio raggio e come tale deve essere affrontato. Oltre all’intervento della
polizia, della procuratura e dei tribunali, tale compito dovrebbe comprendere
tutti coloro che conoscono le vittime ed i carnefici ovvero: vicini, assistenti
sociali, medici ed infermieri, pedagogisti ed insegnanti, psicologi,
associazioni non governative e centri d’aiuto e di sostegno alle famiglie,
centri di accoglienza, ma anche dormitori ed alberghi che ospitano i rifugiati da casa. L’indagine su una famiglia in cui si effettuano gli
atti di violenza, deve andare in profondità per conoscere la storia individuale
di ognuno dei membri, con la particolare considerazione della storia e della
personalità dell’oppressore.
A
iutare le
vittime dei drammi familiari non significa soltanto denunciare o condannare il
carnefice. L’aiuto alla vittima non può svolgersi senza capire le dinamiche
della sua famiglia, senza conoscere le storie individuali dei suoi membri e
senza cercare di capire i motivi e le origini dei loro comportamenti.
Un aiuto privo di questi elementi rappresenterebbe un sostegno
limitato, poiché non considererebbe in pieno i fattori essenziali, le cause, eventuali patologie e i disagi dei singoli
membri, in particolare dell’oppressore.
Cercare di capire i meccanismi psichici ed emotivi che guidano il
persecutore, cercare di scoprire i disagi e le patologie che stanno
all’origine dei suoi comportamenti, può costituire un elemento importante per
la previsione e per la prevenzione dei comportamenti temibili e nocivi, può
costituire gli elementi nelle ricerche scientifiche sui crimini in famiglia e
sui criminali.
Non è facile capire e giustificare i comportamenti di coloro che fanno
soffrire gli altri, tuttavia conoscendo i meccanismi psichici
d’identificazione e d’imitazione con i messaggi recepiti nell’età
infantile ed adolescenziale, quando il giovane assorbe i comportamenti-modello,
assumono un ruolo importantissimo nel plasmare le condotte dell’individuo
adulto, le quali possono connettersi direttamente con i meccanismi della
punizione.
Esistono anche le dinamiche connesse con la struttura della personalità, le
sue esperienze e la sua interrazione
con l’ambiente, che generano le determinate risposte, qualificate come
positive o negative.
Prendendo in considerazioni i sistemi e le dinamiche antropologiche ed
etico-sociali, sappiamo che certi meccanismi risultano intrinseci alle
esperienze sociali precedenti, implicati alla struttura della personalità, alle
patologie e perciò spesso inevitabili, ciò non toglie che coloro che si
occupano delle vittime delle violenze in famiglia non debbano trascurare tali
elementi che possono essere indici degli allarmi in ogni ambiente familiare e
sociale.
Di conseguenza le dinamiche di violenza possono essere condivise in modalità
primitive, nelle quali prevale l’aspetto antropologico, che si manifesta nella
predisposizione alla violenza fisica, che penetra le radici ontologiche e
filogenetiche della storia di ogni uomo.
L’altra modalità è quella in cui prevale l’aspetto etico-sociale,
quando la violenza alla persona o alle persone si verifica attraverso il potere
intellettuale-economico, ovvero quando attraverso la dimostrazione del proprio
potere si tende di intimidire psichicamente ed emotivamente l’altro,
guadagnando la dominanza su di lui.
In ambedue modalità, le vittime vengono sottoposte ad una serie di
imminenti pericoli psichici che conducono alla distruzione della loro personalità
psico-fisica, creando un vero rischio di una reazione a vicolo vizioso, quando
la vittima a sua volta diventa il carnefice.
L’abuso deriva da diverse origini psicologiche, fra questi si possono
elencare soprattutto i complessi dell’inferiorità, che attraverso il
meccanismo di compensazione tende di rivalutare se stesso.
Di grande importanza è il fattore emotivo che coinvolge la persona, che in
relazione alla capacità di attivazione e disattivazione dei freni inibitori può
prevalere o no sulle caratteristiche dell’intelletto.
Le denuncie delle vittime, dei testimoni diretti e indiretti, tengono conto
dei disagi provocati dai carnefici. Prendendo in considerazione i fattori
emotivi delle vittime e dei testimoni dei crimini, le loro sofferenze e le
sensazioni del danno subito, a tali denunce non sempre si può attribuire il
valore di oggettività. In quelle
situazioni poche persone cercano di penetrare la personalità e le esperienze
del carnefice, di trovare in lui gli elementi di disagio, ma piuttosto ci si
concentra soprattutto sui danni provocati alla vittima e sui rimedi psicofisici.
Tale sostegno alla vittima pecca del limite della risposta assistenziale, che si
attiva unicamente in seguito del solo atto di violenza.
Eppure l’osservazione e la valutazione della personalità
dell’oppressore sulla base dei suoi comportamenti e delle vicende, potrebbe
permettere di avvicinarsi ai fattori componenti le cause delle violenze,
proporre dei rimedi attraverso rieducazione e risocializzazione delle vittime,
che in riferimento di ciò che è stato detto prima, ovvero attraverso i
meccanismi di imitazione e di identificazione, rischiano a loro volta, di
indossare i panni dei carnefici. In questo modo l’aiuto alla vittima non si
limiterebbe al rimedio univoco ed istantaneo, ma potrebbe stendersi su una
presenza costante, garantendo alla vittima una relativa comprensione della sua
situazione irrepetibile, e garantendole i rimedi psicoeducativi, in risposta
alla continuità delle dinamiche familiari inopportune.
L’osservazione dei meccanismi che governano e impostano la personalità,
permette di fare delle ipotesi e trarre le conclusioni su eventuali
comportamenti e pericoli che essi possono provocare per la personalità e per il
suo habitat. L’osservazione di tali meccanismi è possibile attraverso le
indagini dirette, attraverso lo studio degli atteggiamenti, dell’espressione
verbale e non verbale.
Uno dei metodi che permette l’indagine delle espressioni non verbale è il
metodo grafologico che attraverso lo studio delle tracce dei movimenti
personali, ovvero della scrittura, permette di rispondere alle alcune risposte
riguardanti personalità, temperamento, intelligenza, capacità del controllo
dei comportamenti o la sua mancanza, eventuali disagi psichici ed emotivi, ma
anche motivi di alcune sofferenze.
A
pplicare il metodo grafologico nelle ricerche
sulla personalità degli oppressori, delle loro vittime e sulle stesse dinamiche
familiari, potrebbe presentare un ausilio nelle ricerche psico-sociologiche e
criminologiche di tali fenomeni. Una ricerca interdisciplinare con l’obiettivo
di studio delle personalità coinvolte nelle violenze in famiglia, potrebbe
permettere di rilevare le dinamiche e i meccanismi negativi che regolano i
comportamenti dei carnefici e gli eventuali rimedi ad essi.
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